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Guido Folco

Tra simbolo e mito le sculture di Paolo Camiz racchiudono la forza della storia e dell’uomo, con i suoi drammi e le sue paure. I ferri contorti e corrosi di Paolo Camiz sono la metafora dell’esistenza, sono i nostri dubbi, rappresentano l’eterna lotta tra spirito e materia, tra anima e corpo, la tensione e l’afflato dell’umanità al cospetto delle moderne schiavitù, tesi verso una ricerca di libertà troppe volte effimera e fittizia. “Andromeda” è carne pulsante, simbolo dell’espiazione del mali del mondo e della rivincita dell’uomo e del bene sul male, nonostante tutto, in perenne lotta con le sfide quotidiane. Lastre e lame contorte, arrugginite, che raccontano un tempo e una vita, su cui l’artista interviene con forza e mestiere, piegando e plasmando la brutalità indistinta del caos in idea e forma. Un conflitto interno alla materia che si risolve in superfici grezze scarnificate, in mutamenti continui da cui nascono mostri ed eroi ed è possibile, forse, come racconta il poeta Ovidio nelle sue metamorfosi, scoprire il corpo vivo di Andromeda in una roccia sferzata dal vento, salvato dalla sua fragile umanità, rinato dall’orrore e dall’enigma della morte, ancora una volta vittorioso sulle tenebre dopo aver spezzato i legami della vendetta e dell’odio.
(Collusioni e Collisioni d'Arte - Villa Gualino - Torino - novembre 2009)

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Gianluigi Capitanio

Nelle sue sculture, composte da elementi ferrosi riciclati, Paolo Camiz restituisce l'anima ad un progetto che ridà forma, vita e significati simbolici ad elementi inanimati ed abbandonati all'oblio. Il trittico formato da ‘Don Chisciotte’, ‘Sancho Panza’ ed ‘Il Mulino a vento’ è la sublimazione colta e poetica di tale respiro creativo che apre nuovi confini all’espressione artistica della scultura . I tre pezzi, vicini nel loro destino letterario ed immaginifico ma parimenti distanti nella loro isolata personalità e funzionalità, rappresentano il momento inventivo più alto dell’Artista che li fa interagire, come un unico quadro di sintesi, con le loro particolari diversità: l’elegante dissociazione elitaria di Don Chisciotte, l’attonita dipendenza e basso profilo di Sancho Panza con la sinuosa architettura del mulino a vento, archetipo maligno di ogni angheria ed ostacolo mentale da sconfiggere. L’estetica della scultura moderna ha trovato il suo geniale approdo nella duttile ed aerea musicalità compositiva di Paolo Camiz.

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Maria Francesca Zeuli

La sensibilità di scovare materiali di scarto riqualificabili in chiave squisitamente formale e alcune volta allusiva, la conoscenza delle possibilità fisiche di questi materiali (soprattutto ferrosi) e l’abilità del comporre oggetti che nello spazio producono mutevoli danze e percezioni possono dirsi le caratteristiche anche solo intuitivamente peculiari di Paolo Camiz. Il gesto del domare un materiale da costruzione così duro, solido, eppure così flessibile e duttile come il ferro deve aver fascinato le attitudini creative di Camiz, tanto da portarlo a confrontarsi inizialmente con la linea quasi grafica del tondino di ferri, che realizza dei veri e propri “disegni spaziali”, come egli stesso li chiama; si tratta di un misurarsi complesso, tra la libertà dell’idea che genera la forma e limiti concessi dalle possibilità fisiche della materia, interessante e ancestrale problema dell’Uomo nell’incontro/scontro con la Natura ( tra l’altro, in questo caso, una natura già in parte modificata da processi industriali): “Il tondino di ferro, piegato a mano e a freddo, si ribella a molte proposte dell’artista e occorre raggiungere un compromesso tra quel che si vorrebbe e quel che si può realizzare” afferma Camiz, e prosegue”Il risultato è anche la soluzione di un problema fisico: in che modo e in che ordine applicare le forze per ottenere una deformazione permanente e irreversibile, oltrepassando i limiti di elasticità del materiale?” Ecco che la conoscenza scientifica si fonde con l’arte, mettendovisi al servizio, ecco che la curiosità dello scienziato per la comprensione delle leggi che regolano azione e reazione degli elementi naturali si riversa nell’entusiasmato gioco creativo dell’arte. Negli anni novanta, al filone delle opere con i tondini si affianca quello degli assemblaggi: dal “piegare” il materiale trovato, già in parte deformato, assecondandone le curve o forzandone l’andamento delle linee, al “saldarlo”, ricucendo nell’unità di una forma la frammentarietà di pezzi trovati “ un po’ dappertutto”. Ciò che Camiz utilizza per le sue opere, infatti, è sempre ferro vecchio, ossia ferro vissuto, degradato e modificato da eventi naturali, deformato dall’uso o corroso dal tempo o da agenti climatici, dunque una materia con una storia e forse per questo più interessante negli effetti che manifesta e che muteranno ancora, e di questo Camiz è consapevole, nello scorrere del tempo: sinuosità insolite, slabbrature, bagliori mutevoli, da lucenti a opachi, a rugginosi. Anche l’individuazione degli elementi che costituiranno l’opera contribuiscono al processo creativo e si caricano del sottile ed ecologico fascino del riciclo: gli “objets trouvés” di duchampiana memoria, decontestualizzati e rettificati dall’artista, assumono forme e possibilità espressive sorprendenti e stimolanti; ciò ancora di più quando nascono dall’aggregazione reiterata di uno stesso elemento nella serie delle Monomanie, laddove nell’unità dell’oggetto realizzato, contemporaneamente si intuisce e si perde il senso del singolo componente: anche in questo caso l’anima scientifica dell’autore emerge nella formulazione del problema all’origine di questi assemblaggi: egli stesso chiede “come si possono saldare insieme tanti pezzi uguali ottenendo un risultato interessante?” ed individua in questa domanda un possibile quesito geometrico o chimico sostituendo al termine “pezzi” il termine di “figure geometriche” o di “atomi”: come scienziato cerca le leggi di equilibri statici, come artista struttura equilibri estetici.



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Sergio Camiz

La poliedricità dei suoi interessi professionali e culturali si trasfonde nella sua opera artistica, che ripete la poliedricità, stavolta nella scelta dei materiali con i quali sono composte le sue opere. Se per le sue creazioni favorisce il ferro, ferro vecchio, trovato un po’ dappertutto, riciclato e presentato in una nuova veste, ci ritrovi tuttavia altri metalli, metalli vecchi, usati, o semplicemente dismessi, come avanzi di lavorazioni, talvolta il legno, anch'esso tuttavia legno vecchio ed usato, ed altro ancora. Prima che oggetti abbandonati al loro destino, son materiali poveri, poverissimi, apparentemente rifiuti del mondo umano che ci circonda, ma che, secondo Paolo Camiz, contengono in nuce un'essenza, una potenzialità espressiva, una forza comunicativa che chiedono d'esser rivelate e trasmesse. Con questi materiali egli lavora ad una ricerca maieutica d'un opera artistica che vuole emergere come magicamente, ma anche prepotentemente, da volgari rifiuti abbandonati dagli ignari, e che egli quindi intende aiutare ad esistere nella loro identità ed originalità. E l'opera si compie, magicamente, dall'assemblaggio di pezzi sparsi, trovati chissà quanto distanti l'uno dall'altro, come parti d'un'unità separate da un'esplosione immane, ma da Paolo Camiz ricondotti sapientemente alla loro unità, primigenia forse, una sinfonia di messaggi composti da frammenti, uguali o diversi, saldati l'uno all'altro, in cui se ne esaltano il carattere, la personalità d'ognuno, la loro intrinseca bellezza. Incontri così messaggi talvolta lievi, appena accennati, come nei tondini, tondini di ferro da cemento armato, le cui volute, tracce d'un disegno spaziale più grande, non fanno che imitare l'eleganza d'un canto elegiaco; messaggi talvolta marcati e goffi, come in assemblaggi di materiali d'origine agricola, che ridanno la concretezza e l'ingenuità della campagna; talvolta, in assemblaggi di materiali industriali, messaggi urlati con tutta la rabbia d'una ruota dentata arrugginita scissa, per chissà quale trauma, dall'ingranaggio in cui viveva il suo inconsapevole ed insostituibile ruolo nella civiltà delle macchine. Se in certe composizioni ci senti un'influenza di Mirko Basaldella, cui Paolo Camiz bambino era legato da affetto e che in qualche modo oggi richiama come artista, è l'aspetto maieutico e didattico che risalta maggiormente nelle sue opere e si presenta come il suo tratto più caratteristico ed originale: Paolo Camiz, come Fabrizio De André ci insegna a non disprezzare i rifiuti, abbandonati chissà da chi, chissà da dove, chissà perché, né ad usarli in un meccanicistico riciclaggio, che li negherebbe proprio in quanto rifiuti d'una società d'immagini belle e pure che non ammettono il loro contrario. Come De André ci mostra come, sapientemente riuniti in un concerto mistico, essi possano dar vita ad un messaggio positivo e vitale: così, guardando le sue opere, si può davvero dire, con Fabrizio De André: «Dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fior».

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Sandra Lucarelli

"…in Paolo Camiz la materia si esalta ed esterna le sue fluttuazioni, come particella sollecitata da fluidi cosmici si assembla e, nei recuperi di riciclaggio, dà luogo a reazioni spontanee da cui nascono i contenuti scultorei. Maschere su aperti, nuovi orizzonti, qualcosa di nuovo e continuamente generatosi, al di là della fisica della materia stessa, che ogni giorno coinvolge il Nostro, come operatore nel settore della fisica nucleare in qualità di professore all'università "La Sapienza" di Roma. Vi è una fisica del cuore in cui si sviluppa ogni forza creatrice".

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Carlo Luigi Blum Gentilomo

“Come al solito in Paolo è presente un' arguzie raffinata, un meraviglioso, poetico 'sense of humor', un gioco del pensiero, dell'anima.  Utilizzando pezzi che altri hanno semplicemente eliminato, buttato via come totalmente inutili, Paolo ci dimostra come tutto invece sia talmente importante nel 'puzzle' della vita. E' vera essenzialità, vero valore al di là della bellezza estetica.  Ancora più che semplice scultura, i lavori di Paolo Camiz sembrano suggerirci di essere curiosi dei valori globali della nostra esistenza. Grazie, ho sorriso contento.

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Sara Modigliani

"le tue sculture sono veramente bellissime. Hai un gusto raffinatissimo e in ogni opera c'è un'essenza profonda che le dà respiro e significato immediato
 Sembrano scolpite da dentro. Sei bravissimooooo!!!!"

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Mariella Lombardo

Quando l’estro si fonde con il sapere scientifico

La cantina, non molto ampia, di un palazzo ubicato in un viale in zona Prati sembrerebbe quasi l’antro di un alchimista, oppure il ricettacolo di un robivecchi particolarmente interessato ai vecchi metalli. Infatti la prima cosa che attira l’attenzione sono proprio i ferri vecchi. Ma che dire? Difficili anche da elencare o descrivere: chiodi, viti, bulloni, catene, pezzi di lamiera, anche arrugginiti, pezzi di tondino di ferro (trovati in un cantiere abbandonato, ci ha detto l’artista-artigiano) dadi, cerchioni di botti, oggetti strani, poco identificabili. Tutto disposto in ordine sparso. O, probabilmente, in un ordine che può sfuggire ad un comune visitatore. Il mago,- o l’alchimista?- è un signore severo e bonario al tempo stesso, il professore Paolo Camiz docente all’Università La Sapienza di Roma. Sì, proprio professore e ricercatore nel campo della Fisica nucleare, anche orientato verso la Biofisica e verso i sistemi percettivi naturali . Egli ha tenuto, inoltre, corsi di Meccanica quantistica , Fisica Nucleare, Acustica musicale.Un autentico scienziato, dunque. Quale percorso lo abbia condotto ad assemblare gli oggetti metallici più disparati per creare delle piacevoli e interessanti composizioni artistiche degne di comparire in esposizioni e in gallerie d’arte , non è facile da comprendere. Potrebbe forse essere stato, in parte, influenzato vedendo i “ferraioli” piegare il tondino di ferro per il cemento armato, o trovando vecchi attrezzi agricoli? Non si sa. Ma ciò che è veramente indicativo si potrebbe forse riassumere in poche parole. Estro, inventiva, manualità, senso artistico. Ed anche applicazione scientifica legata a quelli che erano e sono, i suoi principali interessi. Certamente c’è un motivo, anche scientifico e professionale se nella sua cantina-studio-laboratorio ci sono saldatore ad arco elettrico e altri strumenti necessari per le sue sculture. Il visitatore è particolarmente interessato ai risultati di tanta ricerca e di tale lavoro. Lavoro artigianale, potremmo dire, ma con risultati di indubbie caratteristiche artistiche. Paolo Camiz, lo si deduce non soltanto vedendo le sue opere, ma conoscendo meglio il suo percorso umano e artistico e la vastità dei suoi interessi culturali, è artista eclettico. Appassionato di Musica. Diplomato in pianoforte, canta, e dirige un coro. Inoltre è appassionato di disegno e di fotografia (in particolare stereoscopica o tridimensionale). Ma è proprio di fronte alle sue opere, nella inconsueta originalità dei materiali usati, che si ha la netta percezione di trovarsi di fronte ad uno... scienziato -artigiano - artista.     (L’Osservatore Romano 19 giugno’05)

 

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Anny Baldissera

…..il titolo provocatorio “Come ti riciclo il ferro (vecchio)” riconduce il gioco dell’assemblaggio al senso ludico con cui Camiz realizza le su composizioni. Dalle “Monomanie” in poi egli stratifica elementi diversi secondo un registro stilistico che invade e marca lo spazio per dar vita a modulazioni complesse, che sono sempre riconducibili a figurazioni precise, come il Don Chisciotte. Il suo è un processo compositivo di strutture che, pur diversificate e assorte nella propria misura del silenzio, si stratificano come passaggi definiti di un unico racconto ad espressione del complesso mondo interiore dell’artista.
(Antologica - Galleria Cassiopea - novembre 2006)

 

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